venerdì 1 aprile 2016

MANTENIMENTO FIGLI MAGGIORENNI: Sino a quando un genitore e' obbligato?

Il dovere al mantenimento dei figli maggiorenni è sancito, in primis, dall'art. 30 della Costituzione e dagli art. 147 e ss. c.c. che impongono ad entrambi i genitori l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle inclinazioni e delle aspirazioni dei figli, in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo. 
Tale obbligo, però, non cessa ipso facto per via del raggiungimento della maggiore età, e se da un lato, ciò non rappresenta lo spartiacque per l'obbligo dei genitori di contribuire al loro mantenimento, tuttavia, dall'altro lato, non si tratta nemmeno di un dovere protratto all'infinito. Per indirizzo costante e unanime della giurisprudenza e della dottrina, l'obbligo perdura sino a quando il mancato raggiungimento dell'autosufficienza economica non sia causato da negligenza o non dipenda da fatto imputabile al figlio. 
Di fatto, è configurabile l'esonero dalla corresponsione dell'assegno, laddove, posto in concreto nelle condizioni di raggiungere l'autonomia economica dai genitori, il figlio maggiorenne abbia opposto rifiuto ingiustificato alle opportunità di lavoro offerte, ovvero che il mancato svolgimento di un'attività economica dipenda da un atteggiamento di inerzia o rifiuto ingiustificato dello stesso. In ogni caso, l'accertamento di tali circostanze non può ispirarsi a criteri di relatività, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione. 
Deve, pertanto, in via generale escludersi che siano ravvisabili profili di colpa nella condotta del figlio che rifiuti una sistemazione lavorativa non adeguata rispetto a quella cui la sua specifica preparazione, le sue abitudini ed i suoi effettivi interessi siano rivolti, quanto meno nei limiti temporali in cui dette aspirazioni abbiano una ragionevole possibilità di essere realizzate, e sempre che tale atteggiamento di rifiuto sia compatibile con le condizioni economiche della famiglia. 
La Cassazione si è pronunciata in merito, “non riconoscendo l'assegno di mantenimento chiesto dalla moglie al marito, in favore della figlia perché quest'ultima aveva rinunciato di lavorare nell'azienda del padre che si trovava in una località distante; così rinunciando all'attività lavorativa la figlia ha fatto desumere la propria indipendenza economica oltre che dimostrare un atteggiamento parassitario nei confronti del genitore”. 
Ancora, la Suprema Corte ha ulteriormente chiarito che "se il figlio ha uno scarso rendimento negli studi universitari e comunque con lavoretti occasionali riesce a raggiungere una certa indipendenza, il padre può essere liberato dall'obbligo del mantenimento". In ogni caso, l'obbligato, per conseguire la soppressione o la decurtazione dell'assegno di mantenimento, deve chiedere la modifica della sentenza di divorzio attraverso il procedimento camerale di revisione delle relative disposizioni.

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